Critica – Sul Confine

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Il tema della guerra e dei suoi orrori che s’incontra con le contraddizioni e i misteri del quotidiano in una vicenda dai segni vagamente balcanici che trova la sua verità nell’asciuttezza del linguaggio e nell’imprevedibilità degli incontri. Ma a imporre la verità del contesto provvede la forza delle espressioni, dei gesti, dell’inseguirsi di ogni azione, ravvivato dai suoni e dai movimenti ritmici o spezzati ma sempre puntualmente vivi e immediati.
Franco Quadri, Documento di Visione/Kilowatt Festival 2010

Per fortuna ci sono opere come queste, che danno (…) un senso all’andare a teatro. (…) Coinvolgono fino quasi a dare i brividi, riflettono il nostro oggi e aprono squarci sinistri sul futuro. Non a caso vengono da una generazione trentenne che già padroneggia tecniche artistiche e fisiche, anche se nel loro caso queste non si fermano ad un uso, come spesso capita, tanto «perfetto» da risultare totalmente freddo e sterile. (…) Con la loro prestanza atletica, Gabriele Di Luca (anche autore della drammaturgia), Massimiliano Setti (autore delle musiche) e Alessandro Tedeschi, conducono davvero come un gioco quei ricordi e quelle «avventure», sfondando spesso senza soluzione verso il mondo dei sogni o dell’al di là. E la loro energia «spensierata», rende tanto più tragico il loro racconto, quasi fossero sprofondati nel fondo di una trappola di cui è difficile se non impossibile rendersi conto, in una continua altalena di ruolo tra carnefici e vittime del meccanismo bellico, prima ancora che della violenza o dei campi minati. Il tutto vissuto scenicamente con strumenti semplici ed efficaci, come le lucine che moltiplicano e amplificano i movimenti.
Gianfranco Capitta, Il Manifesto

(…) Un affiatamento che li ha resi forti sul piano fisico – ciò che qualcuno chiama drammaturgia del movimento – ma anche nell’inventare delle storie, attorno alle quali i loro spettacoli si costruiscono per fasi successive, come piante che sviluppandosi acquistano foglie e fiori. (…) Elaborato sopra una rete di segreti – militari, civili, medici – lascia solo scorgere, tra i lampi delle torce elettriche, il fondo di una verità su cui ancora insiste un cono d’ombra. Le conseguenze dell’uso dell’uranio impoverito nelle forniture belliche, la scia di patologie e di morte lasciata tra i soldati impiegati in operazioni di peace-keeping, soprattutto nei Balcani – è nei 50 minuti di “Sul confine” il terreno su cui corpi in movimento, sciabolate di luce, brevi e ruvidi dialoghi, vanno a comporre il mosaico di una vicenda che giace sepolta nelle cartelle cliniche e nei referti dell’Esercito Italiano. E che sul palcoscenico diventa rievocazione di un amico scomparso, di un commilitone perso, e fibrillazione della memoria, paura, sospetto. (…) Ma un appuntamento del cartellone di Akropolis, li ha riportati a Udine, con la soddisfazione di un pubblico, che magari per una data sola, ha potuto riconoscerne l’intelligenza, il cuore.
Roberto Canziani, Il Piccolo di Trieste

(…) Quattro sono le drammaturgie alla base dello spettacolo: quella della parola, fatta di frammenti che ricostruiscono il percorso esistenziale dei soldati, le loro storie prima della guerra e la loro sofferenza di militari; quella dei corpi, spesso in lotta tra loro o statici in una fissità carica di tensione; quella delle luci, che tagliano il buio della scena con il freddo chiarore di torce elettriche a evocare il bagliore degli spari o le lame dei coltelli; quella delle musiche, create non a commento, ma come parte integrante del testo. (…) E’ impossibile rendere a parole l’intensità e la forza evocativa e di denuncia di uno spettacolo tecnicamente perfetto ed emotivamente toccante, in giusto equilibrio tra denuncia e passione, tra realtà e rappresentazione, ottimo per fare da apripista, giovedì scorso, alla rassegna “Extreme.Teatro”, proposta al Goldoni di Venezia dal Teatro Stabile del Veneto (…).
Caterina Barone, Corriere del Veneto

Sul confine è un vero capolavoro drammaturgico e coreografico. Dal primo buio, dai primi “giochi” di luce e dalle prime battute in scena si capisce la caratura dell’opera, senza retorica e presunzioni, ma con un grande lavoro d’ équipe incentrato sugli orrori della guerra e le sue conseguenze, supportato da una trama testuale mai superflua.
Con questa opera andiamo sul velluto oserei dire, alto livello di recitazione e sopraffine valore coreografico; discorsi duri e quotidiani fra soldati al fronte ammortizzati da una stupenda invenzione scenica dove luci di torce danzano da sole come lucciole ballerine. Il Confine è un non luogo, un passaggio fra il presente ed il futuro di soldati ora consci del proprio destino malgrado la loro scelta, di vita, di coraggio e di onore.
Racconto tragico e semplice come la vita, come l’impianto scenico adottato, fatto di “caricature” anche pesanti nella loro nudità, fatto di movimenti e torsioni millimetriche, di battute secche come la gola in un deserto, di ricordi e smarrimenti fino alla voglia e al bisogno di vivere nonostante l’uranio impoverito. Sul confine è un’opera già matura, dove Gabriele, Massimiliano ed Alessandro – senza dimenticare i giochi di luce firmati da Diego Sacchi – esprimono una sorta di documentario scenico, un reportage drammaturgico, una fotografia autentica in bianco e nero senza elaborazioni artificiali.
Massimo Schiavoni, Digicult

(…)  Un’operazione drammaturgica che convince e suggestiona, miscela la parola al corpo che si esprime nel suo linguaggio essenziale, disegnando nello spazio linee che s’intersecano come un groviglio di metafore e suggestioni. Tutto concorre alla pianificazione dell’equilibrata performance dei tre protagonisti: Gabriele Di Luca, (sua anche la drammaturgia) Massimiliano Setti (autore delle musiche originali nel loro ritmare cadenzato), Alessandro Tedeschi, le luci, non solo funzionali, ma in grado di ampliare la carica emotiva del testo. Sintesi efficace che porta a comprendere come “Sul confine”  sia in grado di penetrare attraverso le nostre coscienze, spesso troppo sopite, rese indifferenti da un sistema mass mediatico portato a banalizzarle vicende drammatiche che percorrono le nostre vite. Il lavoro di Carrozzeria Orfeo ci riporta attraverso la poesia, l’allegoria, e l’astrazione del movimento-parola-gesto, ad un confronto con il teatro della vita.
Roberto Rinaldi, Teatro.org

(…) Nonostante l’estremismo raramente conduca a esiti positivi, “Sul confine” è l’eccezione che conferma la regola, e non a caso è vincitore del Premio Tuttoteatro.com Dante Cappelletti.
La storia che raccontano i tre soldati è quella di una guerra qualsiasi. A loro poco importa contro chi sia, ciò che conta è finisca, per poter ricominciare i progetti di vita, mantenere le promesse fatte, inseguire ancora i sogni. Tornare a vivere, insomma, perché quella al fronte non è vita.
Nessuna scenografia, divise militari, scarpe da ginnastica e torce sono gli unici mezzi di cui si avvale la Carrozzeria Orfeo, tra coreografiche lotte, performance visive, giochi di buio/luce per un esempio di teatro che spettacolarizza con intelligenza una triste realtà.
Una performance che meriterebbe di fare il giro delle ville dei nostri capi di governo, freddando uno a uno quei superflui festini che riempiono le prime pagine dei giornali.
Laura Chianese, Krapp’s Last Post

Tra narrazione, astrazione ed evocazione, sulla scena, colpi di luce delineano dialoghi, rapporti tra uomini in guerra (ma non solo anche uomini che la desiderano) che cercano il senso dei loro gesti compiuti contro altri esseri umani, perchè? Non sanno e forse non vogliono saperlo. Su tutto l’immagine di un fiume che scorre in mezzo al deserto e trascina con sé gli orrori della guerra, su tutto l’immagine di un tronco d’albero vivo e morto nel medesimo tempo così come la guerra rende l’uomo che accetta anche suo malgrado di farla. Spettacolo “sul confine” di un’intensità straziante che non concede però niente alla retorica e al facile sdegno.
Mario Bianchi, Eolo

Uno spettacolo di solido impianto che si snoda con sostenuto vigore (…) dove lo smarrimento accompagna i passi guardinghi degli ignoti protagonisti e il buio, squarciato in taglienti lame di terrore dalla luce delle loro torce, delinea lo spazio nudo di un deserto sepolto chissà dove. Deserto dell’anima più che del luogo, abbandonata da una memoria in cerca di se stessa, che si apre in brandelli di ricordi e consapevolezze sgomente di ideali traditi. Mentre l’immagine ricorrente di un albero dalle radici immerse nell’acqua si muta, nella fisicità espressiva degli interpreti, in stato simbolico di vita e di morte che dai suoi rami secchi si estende alla realtà degli uomini sulla scena. Soldati, a giudicare dai loro abiti, sconosciuti l’uno all’altro ma inaspettatamente accomunati dal ricordo di un fiume che attraversa il deserto e divide il mondo dalla guerra. E soprattutto esseri in preda alla paura (…) incalzati dal bisogno di comprendere circostanze e ragioni di un presente che appare impaniato nell’illogicità di un sogno. E che, scrutato attraverso un faticoso percorso all’indietro, si va aprendo in balenii di boscaglie e di esaltazioni guerresche destinate ad esser fiaccate dall’uso dell’uranio impoverito. Fino a disvelare alla coscienza una pericolosa situazione di confine, stretta tra l’orrore del passato e una proiezione di futura speranza.
Antonella Melilli, Hystrio

(…) A emergere dal buio del palcoscenico spoglio, una terra di nessuno desolata e cupa, sono frammenti di storie, episodi di ordinaria quotidianità in luoghi e tempi di guerra: giochi da ragazzi che si trasformano in tragedie, tragedie che come ombre lunghe investono e stravolgono la vita di chi vi è stato in qualche modo partecipe. (…) Quello che colpisce però nello spettacolo di Gabriele Di Luca, con Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi, è non solo l’attenzione a una problematica attuale le cui radici sono anche da ricercare in tanto disagio e precarietà giovanile (si sceglie di fare il soldato perché la società spesso non ti offre altro!), quanto una ben calibrata e studiata drammaturgia, servita poi con soluzioni sceniche, affidate alla fantasia dei tre interpreti, alla loro carica di entusiasmo e alla loro energia. (…) Poche parole, qualche dialogo, un paio di monologhi, ma tanta contagiosa azione scenica, quasi un rincorrersi di coreografie, assai ben supportate da giochi di luce (li firma Diego Sacchi, altro giovanissimo), quella che piove dall’alto come lame che sezionano i gesti e i movimenti e quella piccola tascabile che i nostri tengono nelle mani a sottolineare squarci di volti, di corpi, di espressivi tableaux vivants, che così assumono valenze poetiche di grande spessore. Sul confine è uno spettacolo ricco di inventiva, di una voglia di raccontare autentica e sincera, di un credere nel teatro davvero esemplare. E consolante.
Mario Brandolin, Messaggero Veneto

(…) Molto movimento, molta fisicità i tre attori esprimono in scena, lavorando con grande attenzione sulle luci, su ombre dalle quali essi appaiono e scompaiono, e rumori, suoni di lotta e sofferenza, fasci di torce nell’oscurità che sono come lame nel buio delle guerre e delle coscienze. (…) Sicché lo spettacolo si manifesta come un tutto omogeneo in cui le singole parti – le musiche originali di Setti, la regia, il testo – non possono essere indipendenti l’una dall’altra. Si tratta di un vantaggio strategico non indifferente perché concepisce la creazione come maieutica e non come ermeneutica, un unicum e non un assortimento. (…) Salvezza dal vuoto questi giovani sembrano cercarla nella forma, che poi è il tentativo di impedire al caso, all’imprevisto di irrompere nel fluire dello spettacolo. Tutto appare qui calcolato, ponderato, rigoroso perché è difficile sopportare al contempo la solitudine e il caos. Notevole sforzo quello di esprimere il disordine della vita mediante l’ordine sulla scena, gli irresistibili vortici dell’esistenza umana con una rigorosa armonia della rappresentazione.
Marcantonio Lucidi, Left

(…) Basta qualche secondo per accorgersi che la loro è una drammaturgia già matura, in cui sperimentazione ed espressività formano un corpo unico, sfrangiato e vivissimo, denso di un’emotività che non si limita a poche scene topiche, ma è il presupposto dell’intera creazione, secondo una poetica originale e incredibilmente varia. (…)  sorretto da un meraviglioso reticolo fotografico e musicale, una raffinata cura registica delle fasi coreografiche e del gesto individuale, un testo predisposto a valorizzare ogni possibilità del linguaggio teatrale. (…) eppure Sul confine  splende soprattutto per gli intermezzi, quando il tappeto musicale (un bellissimo post-rock dai forti connotati elettronici, scritto proprio da uno degli interpreti) irrora di poesia le composizioni corporee degli attori, che si giustappongono senza mai ripetersi, affidandosi all’intesa e alla prestazione atletica dei tre, emergendo dal buio grazie ai fili di tesa luce verde delle torce, o all’intenso uso dei fari scelto da Diego Sacchi.(…) Il tutto secondo un plot complesso ma chiaro, intelligente, a tratti cinematografico, (…) avvalendosi pure di un’ironia puntuale, composta e sempre efficace, ma soprattutto lontana dagli stereotipi da caserma. (…) Sul confine è una creazione inattesa: dopo l’ascesa del finale, si esce dal teatro davvero emozionati. La Carrozzeria Orfeo non si limita a soddisfare un kantiano piacere estetico, ma ci/si lascia coinvolgere totalmente dal linguaggio teatrale, sfruttandolo abilmente per moltiplicare i tempi, gli spazi, gli oggetti, i simboli, le voci, le presenze: e lo fa parlando di realtà. Un teatro civile che nasce dalle atmosfere diafane dell’onirico, che si innamora del mondo rappresentandolo in una totalità di visioni, capaci -nelle miracolose parentesi del teatro- di dar vita a qualcosa d’indefinibile: è la dimensione dell’oltre, quella in cui, citando Yeats, non si può più distinguere il danzatore dalla sua danza.
Michele Ortore, Teatroteatro

“Sul confine” è una pièce avvolgente, in cui musiche e silenzi, luci e le ancor più presenti oscurità, delineano personaggi affascinando il pubblico. Squarci nel buio si apprestano ad aprire visioni di realtà lontane, emozioni, fisicità. (…) Il risultato se unito a delle musiche originali e ben fuse con il resto del suggestivo scenario, creano un atmosfera che è l’elemento aggiunto di un testo ben scritto e ben rappresentato. (…) Sul confine è il conflagrare di vita e morte, di guerra e normalità, di finzione scenica e realtà. Tutto ciò la compagnia Carrozzeria Orfeo lo rende magistralmente con il biunivoco rapporto luce oscurità, nell’assenza e presenza dell’una e dell’altra creano il muro invisibile, che è poi ogni confine, membrane inesistenti che condizionano. Su questo gioco, che crea danze bacchiche, si struttura l’intero spettacolo, che assume un ritmo manicheo, tra alternanze nette di opposti ritmi. (…) Uno spettacolo misurato e con forti doti sperimentali, in cui i giochi di luce stupiscono pur nella loro semplicità, così come l’uso di gesti e dei soli corpi unici “oggetti” di scena, è il codice comunicativo più adeguato per raggiungere lo scopo di suggestività che si prefigge lo spettacolo.
Francesco Anzelmo, Fuori le Mura

(…) Lo spettacolo è giocato sul buio e sugli attori che lo squarciano con la luce di piccole torce elettriche, illuminando il vuoto intorno a loro o parti dei propri corpi. Luci intermittenti controllate da corpi in movimento in una sorta di combattimento o danza rapsodica. Quelle luci forse sono proiettili di mitragliatrici, coltelli o esplosioni di mine, o forse sono farfalle, le anime dei soldati, le loro vite che fluttuano sospese tra un’azione di guerra e l’altra, sono i ricordi dei giovani, i loro sogni, le speranze, i desideri. (…) La costruzione del testo è ben articolata in quanto i flashback si mescolano all’azione andando a ritroso nel tempo, fino ad arrivare ai ricordi delle vite che i protagonisti conducevano prima di arruolarsi: un lavoro tranquillo, le discussioni con la madre, i video game. (…) Efficace opera di teatro contemporaneo in cui la presenza del buio è sovrana, corpi, luci, musica, dialoghi e monologhi, ogni elemento è perfettamente dosato andando a comporre un equilibrio carico di tensione emotiva. (…) I dialoghi sono secchi ed essenziali, tra il quotidiano e il simbolico, divertenti battute di ingenua leggerezza da camerata si alternano a riflessioni più profonde, e ciò che non è esprimibile con le parole è affidato alla luce.
Maria Chiara Frantoni, Moviebrat

(…) Il confine è quello che sta tra caso e destino, tra scelta e necessità, tra ricordo e vita vissuta e, inevitabilmente, tra vita e morte. (…) Una sorta di presente “post mortem” che viene squarciato da immagini del passato con scene che lentamente vanno a definire il ricordo e motivano così, infine, il perché della presenza dei tre uomini in quella sorta di limbo. (…) Proprio le luci, in un palco completamente spoglio di scenografie, giocano in questo spettacolo una parte fondamentale. La semplicità dell’alternanza calde-fredde si complica con l’uso in scena di torce con le quali gli attori riescono a creare un ottimo lavoro coreografico. (…) È, così, soprattutto la necessità di capire che viene condivisa dagli attori con il pubblico: con monologhi i personaggi si raccontano, si confidano con la platea, mentre il movimento è sempre di coppia, collettivo. Evitando la razionalizzazione, Sul confine si appropria del simbolo e dell’allegoria, costruendo uno spettacolo che nella sua apparente semplicità riesce a comprendere la complessità reale.
Nicola Cecconi, NonSoloCinema