Critica – Idoli
Una drammaturgia dell’oggi per un teatro dell’oggi, che nell’oggi si rispecchia e che l’oggi mostra nella suo profondo, feroce disincanto. Ne mette in scena gli idoli effimeri di cui è nutrito, disperato e violentato. Soldi, successo, arrivismo, sesso, pornografia, plastica e ancora plastica, quella delle palline dell’albero di Natale (segno di una pace familiare di facciata) e quella che ti gonfia il seno per allettare di più sordidi clienti. Relazioni malate, rapporti disgregati, parole che volano come coltelli, feriscono, penetrano nell’anima e lasciano segni indelebili. Il tutto in un deserto che più freddo e aspro non si può. Idoli per creature fragili e in solitudine, la sola condizione data all’uomo di oggi. Un assunto duro, cattivo e dolorosissimo insieme, che mozza il fiato a ogni speranza e che informa il nuovo spettacolo della giovane e agguerrita compagnia Carozzeria Orfeo (…). Il tutto scandito in brevi sequenze, in cui la corporeità e il linguaggio, sempre in presa diretta dalla realtà, si fanno allucinata significazione della deriva che agita i personaggi e il loro portato metaforico. Una drammaturgia, quella firmata da Gabriele Di Luca, che diventa sulla scena materia viva, grazie anche a spiragli di cupo umorismo e a un intenso e poetico intermezzo in cui tutti i personaggi, costretti su una carrozzina, mimano una sorta di danza nel tentativo di spezzare le catene in cui sono costretti. Bravi e convincenti gli interpreti, lo stesso Di Luca, Giulia Maulucci, Valentina Picello, Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi. Vivessimo in un paese, e in una regione, appena appena attenti ai giovani – non solo quelli eroici che vorrebbero fare teatro –, come avviene in tante parti d’Europa, un testo e uno spettacolo come Idoli avrebbero la circuitazione e la considerazione che meritano. Purtroppo non è così, ma il pubblico dell’unica recita regionale l’ha capito e apprezzato salutando i generosi interpreti con entusiamo.
Mario Brandolin, Messaggero Veneto
Mario Brandolin, Messaggero Veneto
I nuovi “Idoli” si trasformano, come in un caleidoscopio impazzito e irrazionale, sempre più spesso in Doli, in danni dalle soluzioni improvvise e imprevedibili. Quello che era cominciato come un sogno, diviene incubo dal quale è impossibile uscirne. Così si dipanano i quadri che ha costruito la penna di Gabriele Di Luca, scene coloratissime, tragicomiche sul filo del surreale ma con i piedi fino alle caviglie impregnate nel sottobosco dei sentimenti, delle grigie case italiane, nelle periferie dei condomini-casermoni dormitori. Non è che i valori non ci sono, ci sono eccome, ma hanno le forme (il contenuto invece latita e la sua assenza fa eco), le sembianze di paradisi artificiali, facili e semplicistici che, così come sono arrivati, se ne vanno una volta soddisfatti. (…) In queste vite che si assommano, che si accomunano, che si contorcono ed alla fine si mescolano, che sono tutte sfaccettature delle stesse misere esistenze, la Carrozzeria (i cinque attori in scena vivaci, puntuali, ruvidi, decisi ed acidi quanto basta) ha estratto personaggi non macchiettistici ma macchiati, corrosi, sbafati dalla bava della deriva, nella quale vivacchi, continui a respirare, sperare, morendo da vivi, deprimendosi nell’allegria esaltata, reprimendosi senza il coraggio di reagire. (…) “Idoli” emana una violenza ed una carica diffusa, di fondo, che attanaglia, morde alle caviglie. Siamo caduti così in basso? Le storie della Carrozzeria non sono così lontane dal quotidiano, dalla miseria culturale e affettiva che ci circonda, dalla solitudine imbarazzante che ci annienta, ci isola, e ci fa sentire in diritto di considerarci non meritevoli di carezze e affetto e passione. Piccoli colpi ad effetto, ma che non hanno la pretesa né la pretestuosità di esserlo, affondano ancora di più nel marcio del nostro consumismo, nell’usa e getta, nello squallore della vita a rate, nei soldi come unica fonte di salvezza. (…) E’ un affresco quello di Di Luca che fa paura e mette terrore. Persone che temono la loro normalità volendo cancellare i difetti e facendosi credere quei superman che non saranno mai. Sono pedine di un gioco più grande di loro. Sono perduti e credono ancora di poter vincere. L’odore di morte li avvolge, la dissoluzione familiare implode nella naturale catastrofe, niente si salva, più nulla è sano, tutto è finto, tranne il gioco al massacro, il tutti contro tutti. Un bel lavoro corale, acre specchio delle nostre brame.
Tommaso Chimenti, Corriere Nazionale
Tommaso Chimenti, Corriere Nazionale
La famiglia è da sempre il teatro di piccoli e grandi crimini. La cronaca recente ci insegna che spesso è proprio nel microcosmo casalingo che si perpetrano le nefandezze più immorali, in quanto è lì che nasce la prima cellula della società, ed è lì che si sperimentano i rapporti con l’altro, spesso in maniera coatta e pertanto insofferente. Denaro, dipendenza dal virtuale, sesso, consumismo, violenza e tant’altro condizionano la vita di milioni di persone fino a portarli, spesso, a gesti estremi e fuorvianti, ed è quello che accade ai protagonisti di “Idoli” che la compagnia “Carrozzeria di Orfeo” porta in scena con l’ interessante ed accattivante piglio poetico che li contraddistingue, come abbiamo imparato ad amare con lo straordinario “Nuvole barocche”. Si parte dal raccontare i rapporti all’interno di un appartamento di una tipica famiglia borghese italiana, genitori, figlio e nonno, per analizzare e denunciare i mali che affliggono una società, la nostra, sempre più attratta da idoli malati, e lo si fa con un linguaggio apparentemente semplice, con un tono che fa intravedere un’aria di commedia ma che non può non trasformarsi in tragedia grottesca. Ottima l’interpretazione di tutto il gruppo, a cui fa capo il bravissimo Gabriele Di Luca, autore sia della drammaturgia che di una regia firmata a sei mani con Massimiliano Setti ed Alessandro Tedeschi, attori anch’essi di ottimo lignaggio, a cui si aggiunge una coppia di bravissime attrici quali Valentina Picello e Giulia Maulucci. La drammaturgia di “Idoli” rimanda ai grandi autori del ‘900 che hanno affrontato con il dramma familiare i grandi temi della società contemporanea, riporta nel linguaggio minimale alla letteratura che negli anni ’80 del secolo scorso ci ha fatto conoscere una generazione di bravissimi drammaturghi quali Mamet e Ruccello, ricorda i temi dei grandi registi italiani quali Germi e Monicelli, maestri nel trattare il grottesco dramma familiare. Ed è proprio la semplicità espressiva di Di Luca che crea il corto circuito fra realtà e drammaturgia, che porta lo spettatore ad un’identificazione che poi diventa tragica, inevitabile, autodenuncia. Ancora una volta, quindi, crediamo nel lavoro di questa compagnia che lodiamo per come riesca ad arrivare alla mente ed al cuore senza artifizi o mistificazioni.
Gianmarco Cesario, Teatro.org
Gianmarco Cesario, Teatro.org
Ecco che li ritrovi, quei caratteri, quelle evidenze rimosse. Ti sono restituite in forma di commedia nera. Sorridi a qualcosa di crudele. Ti ghiaccia e sgomenta allo stesso tempo sapere che quel germe potrebbe essere già in te. (…) Lo studio parte dal saggio di Umberto Galimberti ‘I vizi capitali e i nuovi vizi’ e ognuno si ritrova nella anonima quanto mostruosa quotidianità della famiglia-media, nel microcosmo asfittico e claustrofobico, che tuttavia è tanto altro. Si fa avvertibile ciò di cui non si vorrebbe mai avere consapevolezza: trionfo del nulla, nichilismo, incapacità di critica, sfaldamento di ogni filosofia morale, violenza verbale e fisica. (…) Assente la didascalia, gli intenti descrittivi: tutto è restituito con agghiacciante e ilare chiarezza. La drammaturgia si avvale di un registro aspro, scarno, quanto lucido nell’oscenità del nulla. E noi ci specchiamo, e la risata amara si paralizza. Il linguaggio reca il cinismo dei cartoon come i Simpson, i Griffin e South Park, e insieme il Teatro dell’Assurdo nelle espressioni straniate, avulse, e invece quanto mai reali. (…) I Personaggi sono come icone pop contemporanee, nella resa ricordano quelli di Duane Hanson, lo scultore americano iperrealista che crea le sue figure tipo a grandezza naturale, più vere del vero, ma spersonalizzate, asettiche. Anche Maurizio Cattelan usa queste stesse sculture in senso provocatorio, ma in questa piecé il pungolo è intrinseco, è dentro, è algido, ibernato. (…) Nella piecé nessun giudizio espresso: solo evidenza. Lavoro molto interessante: ingloba codici, ma ne restituisce uno nuovo.
Rosanna Ratti, Leccoprovincia.it
Rosanna Ratti, Leccoprovincia.it
Siamo abituati a percepire la quotidianità in un disegno di ovattate presenza familiari, ritrovamenti della propria intimità che leniscano le sporgenze del mondo di fuori, quelle ombre di ruggine che rendono ruvide le superfici; ma proprio a ben guardare, l’epoca contemporanea ha scoperto invece un seme di violenza nucleare che la vita quotidiana non nasconde agli uomini, nutriti di bieca crudeltà e di viziosa condiscendenza alle inclinazioni di puro egoismo, in cui la famiglia non è che microcosmo esplosivo di un’umanità degradata e oscena. Questo sentimento è negli Idoli di Carrozzeria Orfeo, (…) Di Luca è autore di un buon testo messo in una scena di situazione, fresco e capace di trarre dai dialoghi un realismo efficace con estrema naturalezza e discreto ritmo, tra le pieghe di personaggi delineati da un tratto leggero e immediato, interpretati da attori in forma. (…) Umberto Galimberti scrive che proprio nei vizi piuttosto che nelle virtù è possibile scorgere con maggiore lucidità la volontà umana, la direzione cui tende l’uomo e di questi le inclinazioni; in questo modo la morale si colora di tinte cupe e invade il campo della patologia. Da questo spunto Carrozzeria Orfeo concepisce uno spettacolo che non mira a mettere in scena l’assunto, ma lo tiene fermamente presente per comporre un’opera pienamente teatrale, calata sulla scena per rappresentare e non per velare il senso di un’affermazione, riuscendo in un intento popolare che tiene duro e non cede alla banale retorica. Questo valore ne fa uno spettacolo che nella semplicità tiene in mira un obiettivo complesso, che innesca un buon compromesso fra riflessione e partecipazione, consigliabile a cuor leggero perché adatto a un pubblico trasversale e quindi che rispetta con piena coscienza le esigenze di quest’epoca contemporanea, ricca di interesse e volontà di conoscenza anche oltre il continuo arroccamento di molta arte, ancora così chiusa in se stessa.
Simone Nebbia, Teatro e Critica
Simone Nebbia, Teatro e Critica
Rappresentati, derisi, demoliti: questo accade ai nostri miti, messi a nudo da Carrozzeria Orfeo. Idoli riesce a fare dell’ironia sinceramente divertente sui «nuovi vizi» della nostra contemporaneità: la rincorsa al denaro, la mancanza di rispetto nei confronti dei “vecchi” (che ingombrano, ma di cui siamo pronti ad arraffare la pensione), le relazioni affettive affette dal morbo dell’insicurezza, della violenza, del disagio, delle difficoltà economiche. E sopra tutto si stende il velo invisibile della morte, esorcizzata attraverso la comicità. (…)
La drammaturgia agrodolce di Idoli sostituisce in maniera progressiva le risate iniziali al sorriso amaro: con un linguaggio violentemente realistico vengono rappresentati scorci del nostro presente, riuscendo a tenersi lontano sia dalla gratuità del turpiloquio e della violenza quasi oscena di alcuni momenti, sia dal perbenismo di facciata.
La famiglia e le relazioni sentimentali (sia dei figli che dei genitori) sono rappresentate come covo in cui si annidano e su cui si riversano le difficoltà che l’individuo deve affrontare per trovare la propria identità. Lo spettacolo si muove con disinvoltura tra cinismo e paradosso, tra realismo e digressioni oniriche: proprio come nella vita, comico e tragico si mescolano. Amore, denaro, lavoro: li abbiamo messi sul piedistallo della nostra idolatria, in loro nome abbiamo sacrificato sull’altare della vita la nostra felicità, ma non rinunciamo a sognare l’incontro vero con una persona, e dei sentimenti a colori in mezzo al bianco e nero della realtà che ci siamo scelti.
Valentina Doati, Persinsala.it
Valentina Doati, Persinsala.it
(…) Tre piani di narrazione alternati corrispondono ad altrettante situazioni, inizialmente separate, che poi scopriremo intrecciate. Unite biologicamente, legate da vincolo familiare, eppure tenute separate, ognuna trincerata nei propri conflitti: il figlio, adolescente introverso che combatte contro la sua stessa natura di “buono”; il padre insoddisfatto che non guarda in faccia a nessuno pur di una macchina nuova; il nonno sconfitto dall’Alzheimer; la madre vittima, ma soccorsa dall’analista; e la nuova fidanzata del figlio, che gioca da nemico in casa. Questi personaggi abitano i diversi fronti di una guerra umana e contemporanea. Un’unica scenografia, variabile solo negli arredi e comunque sempre essenziale, dà un quadro accessibile del presente, senza pretesa di giudizio, né richiesta di pietà, ma, se possibile, con ironia.
Martina Melandri, Krapp’s Last Post
Martina Melandri, Krapp’s Last Post
“Io abito nella regione polare. Quando vado alla finestra non vedo che placide superfici bianche che servono da piedistallo alla notte: riposo come sotto una coltre di ghiaccio spessa cento metri” (…) La neve di Musil non ha niente di puro, di pallido e fresco. La neve di Musil è una guaina insensibile, una fredda montatura-sarcofago calatasi, a fiocchi, dal cielo. La neve di Musil attutisce, anestetizza, lontana; immobilizza ciò che si agita e silenzia quello che strepita. La neve di Musil è la neve di Idoli (…) perché è sotto questa montagna spalmata di gelo, quest’accatasto risucchio che incamera e serba e custodisce d’immobile, che v’è il senso fondo di Idoli. Cinta da quest’invisibile che preme oltre parete, Carrozzeria Orfeo angustia sul palco la propria stessa bravura (…) dando alla recita la gelida caparbietà della sorte: una micromimica inferma e puntuta si adatta con pregio, e pregiato equilibrio, alla studiata drammaturgia da scrittura, ai prodigi di palco (…), alla dizione volutamente nordest con aggravio replicato di epiteti. Sfoggio ulteriore, pantomima che s’inflora sfarzosa, la danza su sedie a rotelle (i cinque corpi ruotano, a tratti rialzano, ammiccano un moto impossibile; quando di spalle, saltellano come saltella un pupo al rilancio: non si scorgono i fili: il puparo è il destino) che da sola già merita applausi. (…)
Francesco Toppi, Arteatro
Francesco Toppi, Arteatro
