Critica – Gioco di Mano
La circolarità del vivere e del morire, le permanenze, le somiglianze, i rispecchiamenti tra le generazioni, il finire e il continuare come un continuo ruotare del tempo, trovano la loro forma esatta nel fluire e ritornare di precisi elementi narrativi, con brevi frasi ripetute, domande giocose, descrizioni d’atmosfere, mentre sono messi in gioco, come per le bamboline russe una dentro l’altra, memorie di memorie nella linea di successione maschile, dal bisnonno al nonno, di padre in figlio. Il più giovane infine lì a ricomporre in varie forme, ilare, scherzosa, grottesca, ma anche tenera e commossa, questo groviglio di tante cose, accadimenti e sentimenti tra aneddoti e leggende familiari.
(…) Così era accaduto anche a lui con suo padre, e a suo padre con suo padre…
Diverse le battute su cui ridere, anche quando il racconto si fa più crudo e doloroso, il nonno rimasto senza gambe a ventun anni, la fatica, la volontà, la gioia di farsi comunque una famiglia e riuscire a mantenerla unita, o per quel padre perennemente triste, che però nella vita ha sempre dato il suo meglio: la narrazione ha diversi respiri di sospensione, di tristezza, ma arriva poi il guizzo, la trovata ironica che rinnovano il percorso. E non c’è, assai felicemente, un percorso cronologico in questo dire acceso e vivace, un’affabulazione ondeggiante di diversi stati d’animo: e al momento del funerale del nonno il racconto pare come esplodere, perduti i confini con l’aldilà, una sorta di strano sogno, potendo quindi apparire anche San Pietro e il bisnonno, quello di cui si diceva fosse invecchiato improvvisamente in una certa data del 1978… Per ritornare a quel bisogno di affetto, padre e figlio vicini, di cui è difficile dire, ma che è davvero bello sentire insieme…
Valeria Ottolenghi, Gazzetta di Parma
Un intenso, molto agito monologo per così dire generazionale, e di genere insolito: stavolta si parla del «maschile». Così «Gioco di mano», andato in scena l’altra sera all’Aurora ci ha dato modo di assistere a un altro dei diversissimi spettacoli prodotti dal gruppo Carrozzeria Orfeo nei quattro anni di vita che può vantare: stavolta si tratta di un allestimento di teatro di narrazione, in cui Gabriele Di Luca, autore e interprete, nonché coregista dello spettacolo, prende le mosse dalla famiglia alla riscoperta di radici, affetti nutriti e traditi sfogliando un album di famiglia pieno di sorprese e concentrando l’attenzione sugli antenati maschili, risalendo fino al bisnonno. I toni sono volutamente popolari: ogni esperienza viene contestualizzata alla luce del rapporto padre-figlio, riletta da un Di Luca abilissimo affabulatore, che ne evidenzia, sul filo di quel processo di trasfigurazione della memoria (in questo caso propria e altrui) caratteristica di ogni atto creativo, aspetti paradossali e surreali. Le musiche originali sono eseguite dal vivo dal musicista e attore Daniel De Rossi: nel segno di un metodo di lavoro caratteristico della compagnia, che vede il coinvolgimento del compositore nella fase di costruzione della drammaturgia, i brani eseguiti svolgono un ruolo fondamentale a supporto di una drammaturgia che non esita a confrontarsi, spaziando da episodi della quotidianità alle scelte decisive per il futuro di un giovane (che riporta anche quelle dei suoi antenati), con i grandi temi della vita con un approccio fresco, immediato, non paludato, che scaturisce dal vissuto o da una rilettura del vissuto altrui attraverso il proprio. Lo spettacolo ha toccato il pubblico dell’Aurora: non sono mancate sincere risate a scena aperta e numerose sono state nel finale le chiamate per il mattatore, l’inesauribile Gabriele Di Luca. (g.b.)
Giuseppe Barbanti, La Nuova Venezia
(…) È una ritualità che si ripete, che accomuna e intreccia, quella proposta da Carrozzeria Orfeo, in cui ricordi realistici si fondono a frammenti di vivace immaginazione, tragico e comico si incontrano, visioni estremamente surreali sono contrappuntate da profondi affondi emotivi.
C’è un che di “leggendario” nella saga minimal e popolare di Gioco di mano, vuoi per la cornice ancestrale, arcaica eppure così prossima, in cui si inseriscono le situazioni che compongono lo spettacolo (dalla morte del nonno alla solidarietà paterna ai modi di trasmissione del sapere); vuoi per l’efficacia delle citazioni e dei riferimenti di cui lo spettacolo è costellato, profili di un immaginario pop umanissimo, che si muove fra playstation, ricette di cucina, giornate in spiaggia. Ed è questa una nota da segnalare a proposito del lavoro drammaturgico all’origine di Gioco di mano, oltre il dispositivo compositivo che si sviluppa per inneschi e la cura per i dettagli: si tratta della pregnanza del rapporto fra scrittura e realtà. Ritmi calcolatissimi che tengono l’attenzione dello spettatore incollata al palcoscenico per un monologo di una certa lunghezza, cambi di registro frequenti, un’integrazione piacevole fra parola e musica, sono alcuni degli elementi che fanno di Gioco di mano una performance d’attore capace di incastonarsi all’interno dell’immaginario e dell’emotività del proprio pubblico, anche andando a deviare i rischi, che a volte si possono presentare, di dispersione fra un frammento e l’altro, fra le pieghe dei dettagli o i mutamenti di prospettiva che innescano itinerari autonomi e corrodono, in qualche caso, le centricità della struttura dello spettacolo.
Roberta Ferraresi, Il Tamburo di Kattrin
(…) Gioco di mano è uno spettacolo leggero e poetico. Il testo scorre semplice, ed arriva al pubblico. É sincero, è reale. Non ci sono trucchetti né effetti speciali, solo una storia. Vera? Falsa? Si esce dalla sala chiedendosi se il nonno di Gabriele Di Luca avesse davvero una gamba amputata al ginocchio e l’altra all’inguine. Ma quello che si percepisce nel teso e nello spettacolo è la vita, l’esperienza, la realtà della drammaturgia. Per un attimo ci si dimentica di essere seduti in platea. La sensazione è quella di essere al bar, di fronte a una birra, e semplicemente ascoltare un amico che si racconta. (…) Gabriele Di Luca riempie la scena di tutti i personaggi che nomina. É un nipote, un padre, un nonno e un bisnonno. San Pietro. É il parroco, un testimone di Geova, un ragazzino che scopre la masturbazione e le cinghiate. É un corteo funebre, è una spiaggia affollata. Giocando con il testo, con il pianista, con le luci e la musica, Di Luca crea con il pubblico un legame forte, diretto, coinvolgente. Forse, è proprio questa capacità di istaurare un rapporto reale con gli spettatori che rende Gioco di mano uno spettacolo assolutamente ben riuscito.
Beatrice Bellini, Teatroteatro.it
(…) Di Luca, accompagnato dalle note del pianoforte di Daniel De Rossi, riesce ad evocare, in uno spazio vuoto, una sorta di saga familiare in cui quattro componenti del ramo maschile della sua famiglia, due morti e due vivi, si passano il testimone del gioco della vita che si riscopre ciclica nel suo continuo ritorno di date, frasi, azioni, emozioni.
È l’ultima generazione, rappresentata da Gabriele, ad avere il compito di narrare gli eventi al pubblico che, man mano, sembra divenire implicito protagonista della vicenda, un amico a cui confessare anche le più intime faccende private. E se il titolo ammicca e incuriosisce, Di Luca è diretto e non lascia nulla all’immaginazione; il fantomatico ed eufemistico ‘gioco di mano’ è il filo conduttore della storia, peccaminoso ma inevitabile: la masturbazione assume caratteristiche grottesche ogniqualvolta un padre scopre il proprio figlio nell’atto, ma è esattamente quello il momento in cui tra i due si instaura quel passaggio di testimone che, attraverso le generazioni, permetterà di conservare gli stessi atteggiamenti e reazioni di chi li ha preceduti. (…)
Ironico ma anche intenso, “Gioco di mano” è uno spettacolo fresco, ben architettato nel ritmo e nelle pause, coinvolge perché racconta una storia d’amore, di vita, di morte, una storia di scoperte e paure, di sogni e di angosce, una storia che inevitabilmente accomuna tutti per il suo trattare temi universali.
Molte risate e molti applausi da parte del pubblico in sala.
Valentina Dall’Ara, Teatro.org
Una buona alchimia dell’interpretazione, della regia e le delle musiche ne fanno uno spettacolo ironico, intenso e coinvolgenge, con dei ritmi dosati al punto giusto che ti fanno gustare il racconto di una storia d’amore, di vita, di morte, di scoperte e paure, di sogni e angosce, che per i temi affrontati accomuna tutti e questo lo si avverte dai molti applausi del pubblico in sala.
Simone Cardaciotto, Il Democratico
