Critica – Robe dell’altro mondo

La cosa che più mi ha colpito, in Robe dell’altro mondo, lo spettacolo di Carrozzeria Orfeo, è il “vuoto attorno” ai personaggi. Non è un vuoto da “mancanza di scenografia”; non è il solito “spazio astratto della mente” o altre baggianate. No, è semmai un “vuoto di senso”, come direbbe Wittgenstein. È uno sconsolato buco nero dentro il quale si muovono i grotteschi e meschini protagonisti di questa “parabola” a fumetti. Lo spettacolo, infatti, è frutto di un progetto di ricerca sull’incontro tra il linguaggio del teatro e quello del fumetto: da qui prende una drammaturgia per frammenti e ampiamente astratta, da qui prende la possibilità del grottesco (ben più che dalla pittura espressionista) e delle maschere che deformano i volti; da qui prende il carattere di favola morale. Carrozzeria Orfeo è un gruppo coraggioso: in poche, veloci, tappe è stato capace di imporsi come soggetto da studiare e seguire con passione. Merito certo degli artisti che danno vita alla compagnia – Gabriele Di Luca, Alessandro Tedeschi, Massimiliano Setti, Roberto Capaldo, cui si aggiunge in scena Luisa Supino –, ma merito anche di una visione, di un progetto teatrale di indubbia incisività. Intanto vogliono, senza mezzi termini, la comunicazione con il pubblico: raccontando storie, ad esempio; oppure cercando strumenti (altri direbbero segni) polisemici ma decifrabili. Niente oscure elucubrazioni, né compiaciute e apocalittiche concettualizzazioni. Semmai un sapiente incontro di parola e gesto, di lavoro sul testo e lavoro sul corpo, per creazioni (collettive dal punto di vista registico) ottimamente calibrate.
Anche in questo caso, in scena ci sono frammenti di vita e d’umanità, micronarrazioni – assemblate con un montaggio tutto cinematografico – che compongono un affresco ampio, implacabile, sul tema della paura. Robe dell’altro mondo parla di paure quotidiane, minime, di gente qualsiasi come i due vecchietti che litigano per un euro che aprono lo spettacolo; o la coppia di immigrati gay che vuole un figlio, o ancora il politico disperato ma vendicativo alle prese con uno zelante e arrivista portaborse. È una carrellata di mostri, di uomini non solo non illustri, ma davvero disgustori. Storie che si intrecciano tra loro che si mescolano attraversate da una curiosa – e fantasiosa – vicenda, ovvero la presenza degli alieni tra noi. Ecco l’elemento fumettistico (come non ricordare L’ultimo terrestre, lo strampalato ma intrigante film di Gipi?) che però fa da fulcro e snodo narrativo: questi umani incattiviti, soli, esasperati, gretti, impauriti hanno a che fare con degli improbabili alieni, prima forieri di miracoli – o quanto meno capaci di risolvere problemi – poi sempre più capro espiatorio delle magagne sociali e relazionali. E non c’è speranza nemmeno per le future generazioni: due pseudo bambini mostrano già ampiamente una corruzione senza scampo. E a poco vale l’apparizione di un vecchietto (nientemeno che il Papa, ben prima delle clamorose dimissioni di Benedetto) alla ricerca di se stesso.Tutti sono persi in quel vuoto esistenziale, in quel nero oscuro che li (ci) circonda. Ed è curioso, nello spettacolo, l’uso delle maschere: sono stranianti, sospese a metà tra una (involontaria, certo) evocazione dei disgustosi personaggi de “I soliti idioti” e le figurine strappacuore di certo teatro di Danio Manfredini: ma servono, senza dubbio, per accrescere quel senso di disagio, di perdita, di solitudine, di passeggiatina spensierata sull’orlo dell’abisso. Certo, Robe dell’altro mondo è uno spettacolo “piccolo”, potremmo dire un raffinato cortometraggio, ma tanto basta per squarciare il velo a un mondo. Che è quel che vediamo, o ascoltiamo, amaramente, ogni giorno: con il vuoto tutto attorno.
Andrea Porcheddu, linkiesta.it

(…) “Roba dell’altro mondo” è il refrain, l’incipit e la conclusione delle scene che, nella migliore tradizione della Carrozzeria Orfeo, all’inizio sembrano quadri scollegati ma che, invece, si scopre, come in un noir, alla fine, essere tutte indissolubilmente facenti parte delle stesse dinamiche, anzi, di essere concatenati, anzi ancora di essere l’una la miccia scatenante delle altre, una piccola palla di neve che produce una valanga, una slavina con morti e feriti, una diga aperta, una tragedia partita da un coriandolo.
Gli Orfeo mettono sul piatto la pericolosità della quotidianità e come ogni gesto, anche quello che riteniamo il più insignificante sul momento, abbia conseguenze ineluttabili e, da lì in avanti, immutabili, binari lanciati a tutta velocità, ogni carezza o schiaffo non fermi lì la sua corsa ma vada ad ingrossare la fila dell’amore che crea amore o dell’odio che foraggia altro odio, in un vortice/spirale che travolge l’intorno, mescolando i confini dell’origine, nel caos della pappa finale, dove gli ingredienti sono mischiati, le responsabilità confuse, i volti stravolti. Nel mondo futuribile, ma neanche più di tanto in là con gli anni, creato ed ideato dalla Carrozzeria, e dalla scrittura sempre più lineare ed accesa di Gabriele Di Luca che riesce a portare pathos e freschezza di dialoghi, sorpresa e gioco, suspense e risate, gli uomini, sempre più meschini, hanno facce da maschere, facce come se fosse stato gettato loro addosso dell’acido muriatico, facce che hanno perso i connotati, che si sono dissolti e sciolti, rendendo gli occhi due fessure, il naso un abbozzo, la bocca un taglio, la pelle liscissima da finta ingenuità infantile. Non rimane più niente di unico e di personale nei loro sintomi appiattiti, nel loro cinismo diffuso, nel “mors tua vita mea” motto di ogni vita da strappare a morsi al nemico-avversario che s’incontra per strada, che può essere pericoloso competitore verso la salvezza. (…) In quest’abbrutimento costante, continuo, in questa discesa verso gli inferi, non si fanno prigionieri. A ritroso si compone la storia, rimettere i pezzi del puzzle a posto è il compito della platea che viva segue le vicende di questi corpi senz’anima. E’ una roba dell’altro mondo che siano, purtroppo o finalmente, giunti sul nostro pianeta gli Alieni. (…)
Esilarante e commovente la danza-lotta-capoeira a scatti, a fermo immagine dei due anziani che, in coreografie precise ad incastro, in passaggi da karate kid, nelle mosse da judoka e leve e prese scagliano e farfugliano tutta la loro violenza repressa per anni. (…)
Tommaso Chimenti, Corriere Nazionale

(…) Merita attenzione, per originalità e qualità, Carrozzeria Orfeo con Robe dall’altro mondo, ambientato in quel mondo dove circolano storie e leggende metropolitane, frutto della paura suscitata irrazionalmente. Un’amara e paradossale denuncia sociale dove il grottesco facilita la comprensione di una certa sottocultura che ha invaso le nostre città. Gli attori indossando maschere che deformano e ingigantiscono il viso creano una sorte di spaesamento nella recitazione e nella gestualità espressiva dei corpi. (…) I quadri scenici che si susseguono hanno una loro forza visiva straordinaria, sia per la semplicità e la cura con cui sono realizzati, sia per la recitazione degli attori coordinati dalla regia di Alessandro Tedeschi, e l’incisiva drammaturgia di Gabriele Di Luca, uno dei protagonisti insieme a Giulia Maulucci, Massimiliano Setti, Roberto Capaldo.
L’idea si struttura intorno ad una tecnica particolare – rara da vedersi a teatro – più frequente nell’uso cinematografico: “lo sfasamento temporale” che si viene a creare attraverso il flash back e il flash forward. (…) La trama non segue un suo preciso ordine conseguenziale ma procura un’iniziale disorientamento causato dalla narrazione che sembra saltare dei passaggi. Ciò che accade all’inizio non ha una linearità nelle fasi successive e solo alla fine si potrà capire il senso logico dell’azione . La forza di questo testo sta anche nell’essere riusciti a mescolare realtà e fantasia dove convivono elementi di verità con il fantasticato e l’immaginario favolistico.
La denuncia di una malsana abitudine di trasformare una diceria, senza fondamento, in un pregiudizio o peggio ancora, in pseudo verità, fa ingenerare sentimenti di intolleranza. Da un pettegolezzo diffuso ad arte si crea disorientamento che ricade sull’ordine e la convivenza sociale. Banali conversazioni tra vicini di casa, tipiche degli anziani pensionati che si arrovellano su delle amenità, si trasformano in furibondi litigi. È un susseguirsi di scene a coppie che ben rappresentano le contraddizioni più disparate della società moderna: una coppia di omosessuali immigrati, un manager dell’imprenditoria finito dentro un equivoco centro massaggi, fino alla coppia tenera e romantica di due adolescenti che provano le loro prime emozioni amorose, seduti su una panchina. Sono abitanti di un mondo sospeso tra il reale e l’irreale, facendo così diventa tutto un gioco di rimandi dal divertimento assicurato. Carozzeria Orfeo si mostra decisamente di aver intrapreso una sua identità che saprà portare verso risultati di maturità e creatività sempre maggiori.
Roberto Rinaldi, RumorScena

Il loro nuovo lavoro, “Robe dell’altro mondo”, conferma una realtà giovane e in grande crescita, con talenti capaci non solo di elaborare testi freschi, brillanti, descrittivi del nostro tempo, ma anche di essere attori abili per portarli in scena, insomma una rarità di questi tempi.
Aveva visto giusto Franco Quadri a Kilowatt Festival due anni fa, quando dedicò attenzione all’opera prima di questa compagnia e volle avere il testo scritto; come pure bisogna dare atto ai visionari toscani di aver scelto in quell’edizione giovani talenti meritevoli. Quadri ebbe a trovare sicuramente tracce di quella capacità che in questi anni si è molto affinata, e che porta ora ad un lavoro complesso, con un testo che ha una costruzione tipica delle moderne drammaturgie di scuola britannica, in cui gli eventi si conseguono senza che poi valga il principio di sillogismo aristotelico. Per capirci, se da un primo evento discende un secondo, e dal secondo un terzo, il terzo non è, nello schema di Carrozzeria Orfeo, conseguenza logica del primo. Al più ne è conseguenza empatica, di finzione, ambientale, con un passaggio di scene e di argomenti legato non di rado a un montaggio analogico di stampo cinematografico, come quello che lega ad un certo punto la corsa disperata in bici di un immigrato alla lenta pedalata in cyclette di un altro, in un passaggio di luci originale, bello.
La pièce è recitata con maschere moderne e propone un paradigma in parte nuovo del recitato con questa modalità, superando proprio grazie alla drammaturgia di taglio contemporaneo e surreale le algidità del linguaggio che abbiamo conosciuto, ad esempio, con Cecchi anni fa, o con Teatrino Giullare più di recente. Con uno schema narrativo che nasce dal dialogo con l’arte del fumetto, la drammaturgia parte da una chiacchiera di periferia di due anziani impoveriti dalla crisi che, tra finte signorilità da pianerottolo, finiscono per litigare per un euro. In questo scenario da quartiere di città, irrompe la vita di una coppia di  immigrati omosessuali, poi di un imprenditore in un centro massaggi e di due giovani nel parco. Tutto è reale e surreale insieme, credibile ma non vero. Il ritmo è sostenuto, il seguirsi degli eventi vivace.
Il poetico finale, che non sveliamo, con una sospensione onirica della vita di un personaggio celebre intento a perdersi in un giardino con una nuvola di zucchero a velo in mano, ricorda non tanto gli irrisolti di Beckett, ma le sequenze pinteriane, in cui il motivo di tutto c’è, ma non si vede.  O forse non c’è, ma lo spettatore ne intuisce uno, che è ovviamente soggettivo. Ed è proprio questo sapore ambiguo, agrodolce e persistente, emozionante e amaro insieme, a connotare questo lavoro che, con qualche piccola aggiustatura, è davvero un salto importante per Carrozzeria Orfeo.
Hanno un punto in mano, sono seri, e stanno imparando le regole del gioco: la compagnia merita più di un chip per questa e per le prossime girate di carte, perchè non stanno bluffando, e questo spettacolo ne è la prova.
Eh sì, aveva visto proprio giusto Franco Quadri.
Renzo Francabandera, Krapp’s Last Post

Carrozzeria Orfeo – che riconosco spettacolo dopo spettacolo stia davvero facendo passi notevoli e decisi – compone la sua strip di scene in cui far stare una sequela di sentimenti che vorrebbero dirsi Robe dell’altro mondo ma, ahimè, sono proprio del nostro: gli alieni sbarcano sulla Terra e il percorso che li segue dipinge perfettamente il contrasto profondo che dell’uomo è fondamento, allo stesso modo mosso da egoismo e solidarietà; le scene si fanno portatrici di un sentimento diffuso di paura, costantemente riversata sull’altro da sé, fino all’annientamento che – per quanto grottesco – è terribilmente realistico. La struttura scelta per quattro attori (Gabriele Di Luca, Luisa Supino, Massimiliano Setti, Roberto Capaldo) in questo caso è solida e il rischio, rispetto a Elena Vanni, è di certo più contenuto: si fidano delle qualità che stanno via via maturando, soprattutto nella confezione di situazioni e nella struttura dialogica così poco in uso nel teatro di oggi; gli elementi in campo attingono al fumetto senza tralasciare le complicità espressive che offre al teatro ma senza farne abuso. Lo spettacolo è dunque di ottima fattura, meglio gioveranno alcuni tagli di testo per non renderlo eccessivamente verboso (ma buona è la drammaturgia di Di Luca), forse anche sciogliendolo in altri elementi di composizione, ancora migliori potrebbero essere i risultati se la vena grottesca affondasse di più nella viva materia, ma di fondo resta un lavoro pulito che discute e fa discutere delle tante paure, ma senza di certo avere la propria di parlare chiaro.
Simone Nebbia, Teatro e Critica

(…) Siamo piacevolmente spiazzati dalla trama che questa giovane compagnia è riuscita a tessere, con una struttura narrativa affidata a quattro attori, che però diventano una dozzina di “maschere”. Un’opera che si costruisce sulla solitudine, sulla paura, sull’egoismo proprietario, sulle tensioni collettive e interpersonali, sulla micro e macro-fisica del potere dei media.
In un momento di profonda crisi, economica e sociale, degli alieni invadono la Terra, e nei loro confronti s’instaura prima una certa curiosità e apertura, infine una demonizzazione creata ad arte. Gli alieni sono una realtà nella quale si gioca la metafora dell’alterità e del complesso rapporto che il genere umano intrattiene con il diverso, a prescindere se sia davvero pericoloso.
L’altro diventa l’oggetto su cui riversare paure e frustrazioni. In un primo momento gli “altri” sono i vicini di casa, poi diventano gli immigrati (arabi, zingari) e toccano infine gli alieni, che sono nella vetta di un’ipotetica scala di alterità. Sul terreno della climax discendente si colloca la struttura ultima dell’opera, con dei rapidi cambi di registro anche all’interno degli stessi personaggi, che spesso assumono delle tinte grottesche alla Pinter o, per dirla in musica, dei toni da finale di Bolero (di Ravel).
I dialoghi sono serrati, con una scrittura brillante. L’opera inoltre si apre alle suggestioni del fumetto, delle illustrazioni, già visibile nell’incipit della pièce e amplificato dall’uso di maschere, ed ha anche momenti di danza. L’unità di tempo e d’azione è divelta, grazie a giochi di flashback e all’interpolazione di scene che rendono ancora più stretta la coralità dell’opera e i legami tra i vari personaggi. Molto interessanti anche le atmosfere post-rock e chill-dubstep che fanno da sfondo ad alcuni passaggi narrativi, composizioni originali di Massimiliano Setti, che nella vita è anche compositore, oltre che attore della Carrozzeria Orfeo. (…)
Flavio Pagano, Radio Eco

(…) Ogni quadro della rappresentazione risulta dunque indissolubilmente legato all’altro, condizionandolo e venendone condizionato, in un meccanismo che vede, grazie alla tecnica dello “sfalsamento temporale”, tecnica cinematografica e fumettistica, l’invenzione di alieni, quasi supereroi che finiscono però per essere degradati al ruolo di terroristi quando le situazioni personali non sono più soddisfacenti o comunque prendono una piega diversa da quella immaginata, diventando manifestazione di una “Roba dell’altro mondo”. I notiziari di sottofondo che accompagnano le vicende narrate, altro non sono che ridicoli tentativi di dare credibilità all’incredibile, mezzi di cui il potere si serve per soddisfare i propri fini giocando sull’ignoranza, la credulità e la speranza di quanti si sentono travolti dalla realtà e dalla vita. Nonostante tutto ciò, da ogni situazione emerge prepotentemente il bisogno di amore che ogni personaggio disperatamente cerca, un amore difficile da trovare e realizzare, un amore che spesso si tramuta in un odio che alimenta altro odio, in un processo che sembra avere vita propria e dunque difficile da contenere. Un gioco di luci e di buio accompagna le scene, quasi a voler nascondere le emozioni di ognuno e, nello stesso tempo, scoprire le debolezze celate e private di ciascuno. Compito dello spettatore è dunque quello di ricomporre il puzzle delle situazioni e dei pensieri mostrati sul palcoscenico e risvegliati in ognuno di essi, liberi di dare una personale lettura di quanto presentato, secondo una propria ottica, ma paradossalmente schiavi di sollecitazioni molto forti che, come per le scene dell’opera, finiscono per legare i presenti in un sentire comune non privo di imbarazzo nei confronti delle emozioni provate, quasi indifesi di fronte ad una realtà che pensavano di non dover mai conoscere ed affrontare.
Eusapia Tarricone, Il Quaderno

(…) Attori eccezionali nell’interpretare i diversi ruoli, indossavano maschere caricaturali marcando il modo ridicolo di vivere che, puntualmente tendeva al grottesco: il sorridere in platea nel riconoscere e riconoscersi in quel frammento sul palco, era seguito, poco dopo, da uno stato di silenzio e di riflessione di cui quel comico-grottesco anticipavano. Uno spettacolo interamente ispirato, sia per l’aspetto visivo che per quello linguistico, al mondo dei fumetti, quindi dell’illustrazione. Il dramma contemporaneo, esattamente come nei fumetti, vede la presenza di supereroi, gli alieni, come entità soprannaturali che intervengono per salvare la stirpe umana, vittima di se stessa. Anche le musiche, molto originali, curate da Massimiliano Setti, rimandavano a sketch del mondo dei cartoons. Le scene sono legate da un meccanismo a catena per cui, ad ogni azione svoltasi sul palco è prevista una reazione successiva. (…) Tra ironia ed amarezza, critica sociale e paradosso la piéce di denuncia al vivere attuale ha perfettamente reso l’idea e il messaggio racchiuso tra le pareti del teatro, reso talora con un sorriso e talora con uno stato di inquietudine. Non tutti ieri sera hanno compreso la profondità e lo spessore dello spettacolo, se da una parte il pubblico si è sentito partecipe coscienziosamente, dall’altra c’era una porzione, se pur piccola, di spettatori che, a mio avviso, erano esattamente il ritratto di ciò che si stava inscenando.
Annalisa Ucci, Bmagazine

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